Il premio dello spartano

C’era un gran caldo mentre mi avvicinavo a quella fornace.

Da pezzo di metallo quale sono, il caldo lo tollero bene ma lì era veramente tanto. Ero insieme a tanti altri come me e dopo poco ci hanno tuffato in quella massa incandescente.

Non mi ha fatto male. Per mia natura non sento dolore, è durato solo un momento perché appena ci hanno liquefatto ci hanno subito mandato in uno stampo. Ci hanno appiattito, battuto, forgiato. Eravamo tanti a quel punto, tutta una serie di dischi grezzi.

Ci hanno portato in un’altra stanza e li ci hanno inciso. Mi sono riflesso, anzi riflessa, visto che ho sentito che ci saremmo chiamate „medaglie“ da adesso. Che saremmo state il premio per delle persone. Che eravamo state scelte noi perché dovevamo essere come loro. Di metallo.

Ci hanno inciso sopra un elmo, una data. Alcune di noi sono state colorate in modo diverso dalle altre. Ci hanno lucidate.. mi piace. Ho un aspetto marziale adesso, importante.  Ho anche un nastro attaccato ad un asola che mi avevano fatto gli incisori. Ci hanno messo tutte insieme in una scatola di cartone e ho sentito che ci mandavano in un paese in provincia di Viterbo. Orte.

Era mattina quando ho rivisto la luce. Fuori dalla scatola mi sono accorta che eravamo in un campo all’aperto. Ero una delle prime a mi hanno messo insieme a tutte le altre in una rastrelliera. C’era un arco nero con scritto „Start“ da un lato e „Finish“ dall’altro, della legna sistemata in una lunga fila e un uomo che le dava fuoco.

C’erano gazebo, tende, e un sacco di gente che si affaccendava. E poi sono arrivati gli atleti. Tanti atleti.

Alcuni ci venivano intorno ad ammirarci, altri si facevano delle foto con noi. In tutti però si leggeva una grande emozione nel vederci. Questo mi ha fatto felice. Da pezzo di metallo a „star“ è un bel salto, non credete?

Ci avevano diviso per colore. Ho già detto che non eravamo tutte uguali? Blu, Rosse.. Io e altre poche eravamo verdi. Sono contenta, il verde è un bel colore, mi piace. Dalla mia gemella ho visto che avevamo inciso „Beast“ e che ci guardavano tutti con devozione. Musica, tanto rumore e poi..lo speaker che dava il segnale. Sono partiti tutti, di corsa. Un fiume di persone colorate che attraversava il campo di gara. Sentivo dai racconti di chi mi stava intorno che avrebbero superato molti ostacoli. Avrebbero scalato funi, attraversato fossi, strisciato nel fango sotto il filo spinato. Tutto per avere me? Sarei arrossita se avessi potuto.

E‘ passato un po’ di tempo, altri partivano, pochi arrivavano all’inizio e poi sempre di più. Le mie compagne venivano date ad ogni partecipante che le prendeva adorante. Sembrava un‘ investitura medioevale, con tutti questi uomini e donne che come dei guerrieri senza armatura erano appena tornati dalla battaglia.

..e poi l’ho visto. Non so cosa mi ha fatto capire subito chi era, ma lo sapevo. Stava attraversando con un salto il muro di fumo e fuoco che si sprigionava dalla legna; era sfinito, devastato, ma era arrivato. Mi ha guardato fisso mentre un uomo col microfono si complimentava. Lui però quasi non lo ascoltava. Si era sdraiato a terra, stroncato dalla fatica. Piano piano si è alzato e si è avvicinato.

Qualcuno mi ha sfilato dalla rastrelliera e mi ha messo su di lui, attorno al suo collo, appesa dal mio nastro. Era sudato, infangato, stravolto dalla fatica. Ma piangeva di gioia.

text by Angelo Murri / photos by sportograf & Francesco Narcisi

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